È corretto, ma è solo una parte della storia.
La perdita dell’osso che sostiene i denti, infatti, non viene provocata direttamente soltanto dai microrganismi presenti sotto la gengiva. Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla risposta del nostro sistema immunitario.
In presenza di un’infiammazione persistente, le cellule immunitarie possono organizzarsi all’interno delle gengive formando strutture simili a piccoli centri di difesa. I ricercatori le chiamano strutture linfoidi terziarie, ma possiamo immaginarle come veri e propri “avamposti immunitari”.
Questi avamposti nascono per proteggerci. Quando però rimangono attivi troppo a lungo, possono contribuire ad alimentare l’infiammazione e a stimolare il riassorbimento dell’osso intorno ai denti.
Una recente ricerca pubblicata il 27 luglio 2026 ha osservato che tali strutture diventano più organizzate e mature con l’aumentare della gravità dell’infiammazione parodontale. Lo studio indica inoltre un possibile coinvolgimento delle cellule B e dei segnali immunitari che favoriscono l’attivazione delle cellule responsabili del riassorbimento osseo. stema immunitario protegge anche le gengive
Ogni giorno la bocca entra in contatto con un numero elevatissimo di microrganismi.
La maggior parte di essi convive normalmente con il nostro organismo senza provocare problemi. Quando però la placca batterica si accumula vicino e sotto il margine gengivale, l’equilibrio può cambiare.
Il sistema immunitario riconosce la presenza dei batteri e richiama nella zona diverse cellule di difesa, tra cui:
neutrofili;
macrofagi;
linfociti T;
linfociti B;
cellule dendritiche.
Queste cellule comunicano attraverso molecole chiamate citochine, che servono a coordinare la risposta infiammatoria.
In una situazione normale, la risposta immunitaria aiuta a controllare i batteri e successivamente si riduce. Nella parodontite, invece, il biofilm batterico può continuare a stimolare le difese, impedendo all’infiammazione di spegnersi completamente.
Si crea così una risposta cronica, nella quale difesa immunitaria e infiammazione rimangono attive nel tempo. sono gli “avamposti immunitari”?
Le strutture linfoidi terziarie sono aggregati organizzati di cellule immunitarie che possono formarsi in tessuti dove normalmente non sono presenti veri organi linfatici.
Non sono quindi linfonodi normali, ma strutture che si sviluppano localmente quando uno stimolo infiammatorio continua per molto tempo.
Sono state studiate in diverse condizioni croniche, comprese alcune malattie autoimmuni, infezioni persistenti e patologie infiammatorie. Le nuove ricerche suggeriscono che possano formarsi anche nelle gengive colpite da parodontite.
All’interno di questi avamposti possono concentrarsi soprattutto linfociti B e T. Le cellule si organizzano, si attivano e producono segnali che mantengono viva la risposta immunitaria locale.
Un ampio studio sulla disposizione delle cellule della mucosa orale ha mostrato che nella parodontite cronica alcune normali zone immunitarie delle gengive possono espandersi fino a formare strutture linfoidi terziarie immature. é una difesa può diventare dannosa?
Il sistema immunitario non “decide” volontariamente di danneggiare l’osso.
Il problema nasce quando la risposta infiammatoria continua senza riuscire a eliminare completamente lo stimolo batterico.
In questa situazione vengono prodotte molecole infiammatorie, tra cui:
interleuchina-1;
interleuchina-6;
interleuchina-17;
fattore di necrosi tumorale alfa;
enzimi capaci di degradare i tessuti;
segnali che attivano gli osteoclasti.
Gli osteoclasti sono cellule normalmente presenti nel nostro organismo. Il loro compito è riassorbire una parte dell’osso durante il naturale processo di rinnovamento osseo.
L’osso, infatti, non è una struttura immobile: viene continuamente rinnovato attraverso l’equilibrio tra gli osteoclasti, che riassorbono il tessuto vecchio, e gli osteoblasti, che formano nuovo osso.
Nella parodontite questo equilibrio può alterarsi. L’infiammazione aumenta i segnali che favoriscono l’attivazione degli osteoclasti, mentre la capacità di riparazione può non essere sufficiente a compensare il riassorbimento.
Il risultato è una perdita progressiva dell’osso alveolare che sostiene le radici dei denti. olo delle cellule B
Le cellule B sono una parte importante della risposta immunitaria adattativa.
In condizioni normali producono anticorpi utili a riconoscere e contrastare batteri e altri agenti esterni. Nelle forme più avanzate di parodontite, tuttavia, alcune cellule B possono contribuire a mantenere l’infiammazione.
Una delle molecole coinvolte è chiamata RANKL. Questo segnale favorisce la formazione e l’attivazione degli osteoclasti.
La ricerca del 2026 sugli avamposti immunitari indica che le strutture linfoidi presenti nelle gengive possono funzionare come centri locali di attivazione delle cellule B. Secondo gli autori, l’attivazione di queste cellule può contribuire alla produzione di RANKL e quindi al riassorbimento dell’osso.
Si tratta di un’importante acquisizione scientifica, ma non significa che esista già una nuova cura disponibile per bloccare selettivamente questi meccanismi. Le possibili terapie immunologiche studiate nella ricerca sperimentale richiedono ulteriori verifiche prima di poter essere applicate nella normale pratica clinica. ri e sistema immunitario: non sono due problemi separati
È importante non interpretare questa scoperta come se i batteri non fossero più rilevanti.
La parodontite nasce dall’interazione tra più fattori:
accumulo di biofilm batterico;
alterazione dell’equilibrio dei microrganismi orali;
caratteristiche individuali della risposta immunitaria;
predisposizione personale;
fumo;
diabete non adeguatamente controllato;
difficoltà nell’igiene orale;
mancata regolarità nei richiami.
I batteri rappresentano lo stimolo che attiva e mantiene la risposta immunitaria. Il danno ai tessuti deriva però in larga parte dalla reazione infiammatoria persistente dell’organismo.
Per questo la parodontite non può essere considerata una semplice infezione e non sempre può essere gestita come una normale pulizia dei denti.
Richiede una diagnosi, la valutazione della perdita di supporto, la rimozione del biofilm sopra e sotto gengivale e un programma di mantenimento personalizzato. si passa dalla gengivite alla perdita dell’osso?
La gengivite interessa inizialmente i tessuti gengivali superficiali.
I segnali più frequenti possono essere:
sanguinamento durante lo spazzolamento;
gengive arrossate;
gonfiore;
sensibilità;
alito cattivo.
In questa fase non è necessariamente presente una perdita dell’osso che sostiene i denti.
Quando l’infiammazione si estende più in profondità e coinvolge il legamento parodontale e l’osso alveolare, si parla invece di parodontite.
Con il tempo possono comparire:
tasche parodontali;
recessioni gengivali;
perdita di attacco;
riduzione dell’osso;
aumento della mobilità dentale;
spostamento dei denti;
difficoltà nella masticazione.
Il passaggio non è uguale per tutti. Alcune persone presentano una progressione lenta, mentre in altre la perdita dei tessuti di supporto può procedere più rapidamente.
Uno degli aspetti più insidiosi della malattia parodontale è che può avanzare senza provocare un dolore evidente.
L’infiammazione può essere presente anche quando il paziente non percepisce disturbi importanti. Il sanguinamento viene spesso considerato normale e le recessioni possono essere attribuite all’età o a uno spazzolamento troppo energico.
Anche un dente che inizia a muoversi può non fare male.
Per questo l’assenza di dolore non permette di escludere la presenza della malattia.
La valutazione parodontale serve proprio a individuare alterazioni che non possono essere riconosciute osservando semplicemente il sorriso allo specchio.
La diagnosi parodontale può comprendere diversi passaggi.
Con una sonda millimetrata vengono misurati gli spazi tra dente e gengiva.
Il sondaggio permette di valutare:
profondità delle tasche;
sanguinamento;
recessioni;
perdita di attacco;
coinvolgimento delle forcazioni;
presenza di suppurazione.
La mobilità dei denti può aumentare quando il supporto osseo si riduce, ma può dipendere anche da sovraccarichi masticatori o da altri fattori.
Le radiografie aiutano a osservare il livello dell’osso e la forma della perdita ossea.
Non sostituiscono il sondaggio clinico, ma completano la valutazione.
È importante considerare anche:
abitudini di igiene;
fumo;
diabete;
familiarità;
farmaci;
condizioni generali;
frequenza dei controlli precedenti.
Nel protocollo Parodontina®, la valutazione può comprendere sondaggio, esami radiografici, analisi del biofilm e pianificazione di un percorso personalizzato in base alla gravità della situazione. significa questa scoperta per i pazienti?
La scoperta degli avamposti immunitari non modifica nell’immediato le indicazioni fondamentali per il controllo della parodontite.
Conferma però un concetto molto importante: prima si riduce l’infiammazione, maggiore è la possibilità di proteggere i tessuti ancora presenti.
Quando l’infiammazione diventa cronica, infatti, non rimane soltanto una reazione superficiale. Può modificare l’organizzazione delle cellule all’interno delle gengive e favorire meccanismi che mantengono attivo il riassorbimento osseo.
Questo aiuta anche a comprendere perché il trattamento non termina con una sola seduta.
È necessario controllare nel tempo:
quantità di placca;
sanguinamento;
profondità delle tasche;
risposta dei tessuti;
stabilità dei denti;
capacità del paziente di pulire correttamente;
eventuali fattori di rischio.
La risposta dipende dal tipo e dalla forma del difetto osseo.
L’obiettivo principale del trattamento parodontale è fermare o rallentare la progressione della malattia, ridurre l’infiammazione e mantenere i denti in condizioni stabili.
In alcuni difetti selezionati possono essere valutate tecniche chirurgiche rigenerative. Tuttavia, non tutto l’osso perso può essere ricostruito e non tutti i pazienti presentano le condizioni adatte.
Per questo è preferibile intervenire prima che la perdita ossea diventi estesa.
La diagnosi precoce non garantisce un determinato risultato, ma consente di affrontare il problema quando i tessuti di supporto sono maggiormente conservati.
Il trattamento viene definito in base alla situazione individuale.
Può comprendere:
La rimozione professionale della placca e del tartaro sopra e sotto gengivale riduce lo stimolo che mantiene attiva la risposta immunitaria.
Spazzolino e scovolini devono essere scelti e utilizzati in base agli spazi presenti e alle indicazioni ricevute.
Il solo filo interdentale non è sempre sufficiente nelle zone interessate da perdita di attacco.
Smettere di fumare e migliorare il controllo del diabete può influire positivamente sulla risposta ai trattamenti.
Dopo la terapia iniziale è necessario verificare se il sanguinamento e la profondità delle tasche si sono ridotti.
Nei siti che continuano a presentare tasche profonde possono essere valutate ulteriori procedure, anche chirurgiche, quando indicate.
I richiami periodici servono a impedire che placca e infiammazione tornino ad accumularsi.
La frequenza non è uguale per tutti: viene stabilita in base al rischio e alla risposta individuale.
La parodontite può essere controllata, ma tende a riattivarsi se il biofilm si riforma e rimane indisturbato.
Dopo il trattamento, il sistema immunitario non diventa automaticamente “immune” dalla malattia.
Durante i richiami il team controlla:
sanguinamento gengivale;
eventuale ritorno delle tasche;
accumulo di tartaro;
qualità dell’igiene domiciliare;
stabilità del livello di supporto;
necessità di modificare gli strumenti utilizzati a casa.
Il mantenimento serve quindi a ridurre la possibilità che gli avamposti dell’infiammazione tornino a organizzarsi e a sostenere una risposta distruttiva.
È consigliabile richiedere una valutazione quando sono presenti:
sanguinamento frequente;
gengive gonfie o arrossate;
alito cattivo persistente;
gengive che si ritirano;
denti che sembrano più lunghi;
spazi che aumentano;
denti che cambiano posizione;
mobilità;
familiarità per parodontite;
precedenti diagnosi di perdita ossea.
Questi segnali non permettono da soli di stabilire la presenza o la gravità della malattia. Indicano però che è opportuno approfondire la situazione.
Gli “avamposti immunitari” sono aggregati organizzati di cellule di difesa che possono svilupparsi nelle gengive durante un’infiammazione cronica.
Nascono con una funzione protettiva, ma nella parodontite avanzata possono:
mantenere attiva la risposta infiammatoria;
favorire l’attivazione delle cellule B;
aumentare i segnali che stimolano gli osteoclasti;
contribuire al riassorbimento dell’osso;
rendere più difficile la naturale risoluzione dell’infiammazione.
La scoperta conferma che la parodontite non dipende soltanto dalla presenza dei batteri. È il risultato di una complessa interazione tra biofilm e risposta dell’organismo.
Per proteggere l’osso intorno ai denti è quindi importante ridurre lo stimolo batterico, controllare l’infiammazione e mantenere i risultati nel tempo attraverso controlli programmati.
Le gengive non sono semplicemente una cornice intorno ai denti.
Sono un tessuto vivo, attraversato da cellule, vasi sanguigni e sistemi di difesa che lavorano continuamente per mantenere l’equilibrio della bocca.
Quando la parodontite diventa cronica, questa difesa può trasformarsi in una fonte di danno. Gli stessi meccanismi utilizzati per contrastare i batteri possono contribuire ad attivare le cellule che riassorbono l’osso.
La buona notizia è che l’infiammazione parodontale può essere individuata, trattata e monitorata.
Non è necessario aspettare che i denti si muovano o che compaia dolore. Una valutazione parodontale permette di conoscere lo stato delle gengive e dell’osso e di definire un percorso adatto alla situazione individuale.
Questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce la visita odontoiatrica, la diagnosi o un piano di trattamento personalizzato.